lunedì 13 ottobre 2014

RISPETTO RECIPROCO E NUOVO LINGUAGGIO PER IL RITORNO DELLA POLITICA CON LA “P” MAIUSCOLA




Chi grida “destra!” (oppure “sinistra!”) e dimentica la polis...

«Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra». 




Quante volte avremo citato Gaber non lo so, tantissime. Ma non ci muoviamo di un metro dal significato sottinteso alla sua canzone, e cioè che quelle definizioni “geografiche” dell’arco parlamentare altro non fossero che un grottesco gioco delle parti, un goffo tentativo d’inquadrare la società entro categorie che non esistono nel vissuto e nella scala di bisogni e sogni di ognuno di noi.
Premessa, piccola premessa, per comprendere, spero meglio, questo articolo: l’Italia di oggi non può essere capita senza ricostruire l’Italia di ieri. Può sembrare una considerazione ovvia. Anzi lo è. Ma oggi questa ovvietà deve essere ribadita, anche e soprattutto perché il Paese sta attraversando una crisi assai complessa. Una crisi di fiducia nelle proprie Istituzioni politiche. Una crisi di fiducia nel proprio futuro. Una crisi di fiducia in sé stesso.
Una crisi, dunque, che bisogna superare con l’aiuto di tutte le forze politiche, sociali, culturali ed economiche che il Paese possiede.
Per ciò che riguarda la sfera politica, destra e sinistra (ma anche i tanti  movimenti sorti negli ultimi anni) devono confrontarsi, ognuna con il proprio bagaglio culturale e valoriale, con i propri programmi, ognuna con le proprie idee, ognuna, però con il chiaro obiettivo di guarire una volta per tutte questo Paese, senza scontrarsi (perennemente senza costrutto) sugli errori degli ultimi trenta, quarant’anni, sulle troppe occasioni mancate, sui troppi treni perduti, sulle troppe previsioni sballate, sui troppi problemi lasciati marcire.
Il problema, il grosso problema dei nostri giorni è quello di creare le condizioni generali affinché nel Paese si possa instaurare un clima culturale autenticamente pluralistico, all’interno del quale tutte le idee e tendenze abbiano la possibilità di circolare e comunicare (interessante, anche se molto criticato, può essere il c.d. “Patto del Nazareno” tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, espressioni di due mondi molto diversi su tanti punti di vista, ma che, per il bene del Paese, cercano di avviare il cammino delle riforme necessarie al Paese per ripartire). Il problema, in altre parole, non è censurare ciò che esiste, ma battersi perché cresca l’offerta culturale.
Un progetto che si ponga anche di raggiungere i punti di convergenza tra i due schieramenti: centro-destra e centro-sinistra, convergenze sui valori di fondo della società, affinché si smetta di dividersi su tutto.
Mi auguro, quindi, che in futuro molto prossimo, la politica, con l’aiuto di tutti e il rispetto reciproco di tutti, sia meno banale, scontata, prigioniera dei soliti luoghi comuni. L’augurio è dunque che i partiti politici italiani si sforzino di ritornare al linguaggio aderente alle cose, alla realtà, all’esperienza (e al senso) comune.
L’obiettivo non è facile: la politica avrebbe bisogno di nuove idee generatrici, non associabili al linguaggio vuoto della propaganda e capaci di suscitare un “ripensamento creativo”. Solo così, io penso, si esce dal tunnel dell’incomunicabilità per cui una cosa deve apparire giusta solo perché viene detta da una parte mentre quello che afferma l’altra parte è sempre sbagliato.
Allo stesso tempo la politica dovrebbe tornare al linguaggio dell’essenzialità e della specializzazione, si parla di ciò che si sa, tutto il contrario dei “tuttologi” nostrani: solo il terreno del linguaggio può aiutare la rinascita della politica dando risposte al bisogno di novità.
La presente crisi, grave perché è politica ed economica insieme, ha assegnato di fatto al linguaggio politico un compito preciso, quello di dare un orientamento cognitivo ai cittadini, facilitando l’intelligenza e il giudizio delle cose. Il punto è che, purtroppo, attualmente il linguaggio della nostra classe politica, senza distinzione di “colore”, non è attrezzato per assolvere un simile compito (il nuovo Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha, forse, inaugurato una nuova stagione politica e comunicativa, cercando di arrivare direttamente al cuore del problema e al cervello degli italiani, aspettiamo, comunque, dei risultati concreti da questo Governo, sperando di poter dire che finalmente si fanno le “cose”, aiutati magari dal “saper comunicare”, arte storica sin dai tempi antichi). E ciò perché i dati della lotta per il potere, implicano pressanti problemi di sostegno, impongono ai politici modi di parlare adatti si a sollecitare il sostegno, ma inadatti alla funzione cognitiva.
Diventa chiaro, dunque, che la novità non risiede né nell’immagine, né nei nomi desunti della c.d. società civile, né nei giovani contrapposti ai vecchi. Il nuovo potrà nascere solo dal recupero di un linguaggio che metta in relazione uomini e donne attorno ad uno scopo comune; solo così la politica potrà far maturare esperienze e conoscenze, tornando ad unire e non più a dividere, superando, si spera una volta per tutte, il piano di una comunicazione politica bloccata al piano fragile delle apparenze.
Quando le forze politiche impareranno a rispettarsi reciprocamente e ad avere a cuore esclusivamente l’interesse nazionale, l’Italia avrà compiuto la più importante delle riforme.


La Politica (quella con la “P” maiuscola) non è una “cosa sporca”, piuttosto, come dice Sartori, “ la sfera delle decisioni collettive sovrane”.

Per questo è importante restituirle la dignità che merita.     



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