«Ma
cos’è la destra, cos’è la sinistra».
Quante
volte avremo citato Gaber non lo so, tantissime. Ma non ci muoviamo di un metro
dal significato sottinteso alla sua canzone, e cioè che quelle definizioni
“geografiche” dell’arco parlamentare altro non fossero che un grottesco gioco
delle parti, un goffo tentativo d’inquadrare la società entro categorie che non
esistono nel vissuto e nella scala di bisogni e sogni di ognuno di noi.
Premessa,
piccola premessa, per comprendere, spero meglio, questo articolo: l’Italia di
oggi non può essere capita senza ricostruire l’Italia di ieri. Può sembrare una
considerazione ovvia. Anzi lo è. Ma oggi questa ovvietà deve essere ribadita,
anche e soprattutto perché il Paese sta attraversando una crisi assai
complessa. Una crisi di fiducia nelle proprie Istituzioni politiche. Una crisi
di fiducia nel proprio futuro. Una crisi di fiducia in sé stesso.
Una
crisi, dunque, che bisogna superare con l’aiuto di tutte le forze politiche,
sociali, culturali ed economiche che il Paese possiede.
Per
ciò che riguarda la sfera politica, destra e sinistra (ma anche i tanti movimenti sorti negli ultimi anni) devono
confrontarsi, ognuna con il proprio bagaglio culturale e valoriale, con i
propri programmi, ognuna con le proprie idee, ognuna, però con il chiaro
obiettivo di guarire una volta per tutte questo Paese, senza scontrarsi
(perennemente senza costrutto) sugli errori degli ultimi trenta, quarant’anni,
sulle troppe occasioni mancate, sui troppi treni perduti, sulle troppe
previsioni sballate, sui troppi problemi lasciati marcire.
Il
problema, il grosso problema dei nostri giorni è quello di creare le condizioni
generali affinché nel Paese si possa instaurare un clima culturale
autenticamente pluralistico, all’interno del quale tutte le idee e tendenze
abbiano la possibilità di circolare e comunicare (interessante, anche se molto
criticato, può essere il c.d. “Patto del Nazareno” tra Matteo Renzi e Silvio
Berlusconi, espressioni di due mondi molto diversi su tanti punti di vista, ma
che, per il bene del Paese, cercano di avviare il cammino delle riforme
necessarie al Paese per ripartire). Il problema, in altre parole, non è
censurare ciò che esiste, ma battersi perché cresca l’offerta culturale.
Un
progetto che si ponga anche di raggiungere i punti di convergenza tra i due
schieramenti: centro-destra e centro-sinistra, convergenze sui valori di fondo
della società, affinché si smetta di dividersi su tutto.
Mi
auguro, quindi, che in futuro molto prossimo, la politica, con l’aiuto di tutti
e il rispetto reciproco di tutti, sia meno banale, scontata, prigioniera dei
soliti luoghi comuni. L’augurio è dunque che i partiti politici italiani si
sforzino di ritornare al linguaggio aderente alle cose, alla realtà,
all’esperienza (e al senso) comune.
L’obiettivo
non è facile: la politica avrebbe bisogno di nuove idee generatrici, non
associabili al linguaggio vuoto della propaganda e capaci di suscitare un
“ripensamento creativo”. Solo così, io penso, si esce dal tunnel
dell’incomunicabilità per cui una cosa deve apparire giusta solo perché viene
detta da una parte mentre quello che afferma l’altra parte è sempre sbagliato.
Allo
stesso tempo la politica dovrebbe tornare al linguaggio dell’essenzialità e
della specializzazione, si parla di ciò che si sa, tutto il contrario dei
“tuttologi” nostrani: solo il terreno del linguaggio può aiutare la rinascita della
politica dando risposte al bisogno di novità.
La
presente crisi, grave perché è politica ed economica insieme, ha assegnato di
fatto al linguaggio politico un compito preciso, quello di dare un orientamento
cognitivo ai cittadini, facilitando l’intelligenza e il giudizio delle cose. Il
punto è che, purtroppo, attualmente il linguaggio della nostra classe politica,
senza distinzione di “colore”, non è attrezzato per assolvere un simile compito
(il nuovo Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha, forse, inaugurato una nuova
stagione politica e comunicativa, cercando di arrivare direttamente al cuore
del problema e al cervello degli italiani, aspettiamo, comunque, dei risultati
concreti da questo Governo, sperando di poter dire che finalmente si fanno le “cose”,
aiutati magari dal “saper comunicare”, arte storica sin dai tempi antichi). E
ciò perché i dati della lotta per il potere, implicano pressanti problemi di
sostegno, impongono ai politici modi di parlare adatti si a sollecitare il
sostegno, ma inadatti alla funzione cognitiva.
Diventa
chiaro, dunque, che la novità non risiede né nell’immagine, né nei nomi desunti
della c.d. società civile, né nei giovani contrapposti ai vecchi. Il nuovo
potrà nascere solo dal recupero di un linguaggio che metta in relazione uomini
e donne attorno ad uno scopo comune; solo così la politica potrà far maturare
esperienze e conoscenze, tornando ad unire e non più a dividere, superando, si
spera una volta per tutte, il piano di una comunicazione politica bloccata al
piano fragile delle apparenze.
Quando
le forze politiche impareranno a rispettarsi reciprocamente e ad avere a cuore
esclusivamente l’interesse nazionale, l’Italia avrà compiuto la più importante
delle riforme.
La
Politica (quella con la “P” maiuscola) non è una “cosa sporca”, piuttosto, come
dice Sartori, “ la sfera delle decisioni collettive sovrane”.

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