mercoledì 5 novembre 2014

Università: merito, selezione e futuro




Inizio con la definizione, data da Roger Abravanel nel suo saggio “Meritocrazia”, del termine meritocrazia: “è un termine recente, creato nel 1958 dal laburista inglese Michael Young e descrive il sistema di valori che premia l’eccellenza di un individuo indipendentemente dalla sua provenienza, che in Italia significa la famiglia d’origine”.  





Dunque, dobbiamo renderci conto che mentre le altre società moderne nel secolo scorso sono riuscite ad evolvere da un’economia agricola a una industriale e post-industriale, con lo Stato che sostituiva la famiglia come creatore di opportunità, la società italiana è ancora preda, purtroppo del “familismo amorale”, che prospera grazie all’assenza di uno Stato in grado di dare fiducia ai cittadini. Senza meritocrazia non è nata quella classe dirigente eccellente che in altri Paesi è stata capace di creare opportunità per tutti i cittadini. Ed è questo il punto cruciale: la mancanza dei valori della meritocrazia è la causa del declino della nostra economia e della spaventosa mancanza di equità della nostra società, che ha un gap tra ricchi e poveri analogo agli USA, ma non ha la mobilità sociale americana. Siamo la società sviluppata che il più rapido declino economico e la maggiore ineguaglianza sociale.

 E come potrebbe essere altrimenti, con questa corruzione, con questa commistione tra politica ed economia, presente quotidianamente nelle cronache, con questa tecnica del favore all’amico, con questo scambio di voti per sistemare finalmente il proprio figlio. Ormai in Italia per superare un qualsiasi concorso bisogna telefonare all’amico potente, politico, imprenditore, sindacalista, e ogni concorso diventa una farsa: 1000/2000 e più domande per 10 posti, già belli assegnati, alla faccia dei poveracci, che magari si sono sobbarcati mesi/anni di studio per prepararsi.

Il punto centrale del mio articolo, vuole essere una proposta, riletta qualche giorno fa riorganizzando vecchi appunti e lavori svolti negli anni dell’università, per far sorgere il merito nella società italiana e in particolar modo nelle università italiane. 

I problemi dell’università, lo sappiamo tutti noi, sono tanti, ma i più importanti riguardano la “governance” (le modalità con cui le università sono governate: i meccanismi attuali non funzionano o non funzionano più) e il reclutamento dei professori. Ed è proprio su questo punto che vorrei concentrare la mia attenzione. Il sistema dei concorsi è stato cambiato tante volte nel corso dei decenni, ma non si è mai arrivati a una soluzione realmente soddisfacente. Credo che sia sbagliato ridurre la questione a un’alternativa fra elezione (dei membri delle commissioni di concorso) e sorteggio. E, dato che la questione della riforma dell’università è posta sempre all’ordine del giorno da almeno dieci anni, spero che il Ministro Giannini prenda in seria considerazione un sistema suggerito, alcuni anni fa, ma credo ancora attuale, da due personalità fra loro diversissime: Gianfranco Miglio e Umberto Eco. L’idea è semplice. Si ponga fine ai bandi preventivi di posti da parte delle università. Si dia, invece, vita, periodicamente a commissioni nazionali (scelte per elezione, per sorteggio o una combinazione dei due metodi) con il compito di attribuire “idoneità”, col solo vincolo che gli idonei non possono mai superare una certa percentuale. Dopo di che, le singole università che lo vorranno avranno la facoltà di scegliere chi chiamare, pescandolo nella lista degli idonei. Se un idoneo di particolare valore sarà ambito da più università, egli potrà scegliere dove andare, anche eventualmente, contrattando la retribuzione. Gli idonei che non vengono chiamati da nessuna università entro un certo periodo di tempo perdono l’idoneità e devono rimettersi in fila. Penso poi che, se a questo nuovo metodo di reclutamento si accompagnasse un sistema stringente di valutazione della produttività scientifica, con premi e punizioni corrispondenti, ne deriverebbe una forte responsabilizzazione delle università. Certo, non verrebbero eliminati del tutto gli abusi (nessun sistema di reclutamento umanamente concepibile può farlo), ma le probabilità di abuso si ridurrebbero sensibilmente.





E allora, liberamente schierati a favore o contro le diverse riforme avviate, concluse, in auge, per migliorare l’università italiana, tutti noi dobbiamo capire che essa, oggi come oggi, rischia lo sfascio e che i suoi veri problemi sono la mancanza di equità e soprattutto di eccellenza, e non il suo costo.


In tutte le società avanzate il sistema educativo è la leva essenziale della mobilità sociale. La società e l’economia americane, qui è giusto sottolinearlo, hanno iniziato il vero cammino verso le pari opportunità nel 1933 a Harward, quando il presidente di quell’università, J. Conant, introdusse il SAT (Scholastic Aptitude Test) per selezionare le ammissioni. Il SAT è tutt’oggi valido a livello nazionale e consente di selezionare gli studenti da ammettere sulla base del loro merito e non dei giudizi disomogenei degli insegnanti e di dare ai migliori delle borse di studio, come nel caso di Barack Obama, attuale presidente USA. La scuola italiana, invece, purtroppo, nonostante le infinite riforme attuate dai governi che si sono succeduti, ha fallito nel compito di azzerare i privilegi della nascita ed è profondamente iniqua: i test PISA degli studenti italiani del sud sono a livello di Thailandia ed Uruguay, mentre quelli del nord sono nella media OCSE. Perché, allora, non ci chiediamo come mai i giovani del sud sono pesantemente discriminati dalla scarsa qualità dell’insegnamento, inadeguato al difficile contesto economico locale, nonostante l’impegno di migliaia di insegnanti? Qui, a mio modesto parere, siamo davanti ad un caso limite e aggiungerei assurdo: le pari opportunità si sono fermate a Roma, ma nessuno sa perché i voti dati dagli insegnanti sono buoni, a livello di quelli del nord. Dunque è essenziale, per combattere ed eliminare tale processo, un sistema obiettivo di valutazione, anche per capire come investire i miliardi di euro che l’UE mette a disposizione per migliorare l’insegnamento per le scuole del sud e che oggi, non si sa come mai, non si riescono a spendere.  



Nelle università italiane, manca dunque, in maniera clamorosa, mi verrebbe da dire, l’eccellenza: non c’è un solo ateneo italiano tra i top 100 mondiali. Mancano, quindi, le “fabbriche di eccellenza”. Le risorse sono oggi disperse a pioggia tra un centinaio di “aspiranti Mit” troppo spesso diventati l’emblema del nepotismo; devono essere invece concentrate sulle università migliori, nelle quali si possa misurare obiettivamente la qualità della ricerca e della didattica e cambiare radicalmente la governance per assicurarsi che il denaro pubblico sia ben speso.



Concludendo, bisogna ribaltare tale sistema, per far diventare visibili finalmente coloro i quali lo meritano veramente e, non fare andare avanti sempre i “soliti noti”. L’università, perciò, accolga tutti gli studenti che sperano in un futuro dentro o fuori gli atenei e faccia si che essi non rischino di trovarsi le porte sbarrate se non hanno un cognome di peso. 



…spezzare dunque il malcostume che regna nella vita di ogni giorno, nell’università e più in generale nella società italiana...