Inizio con la definizione, data
da Roger Abravanel nel suo saggio “Meritocrazia”, del termine meritocrazia: “è un termine recente, creato nel 1958 dal laburista inglese Michael
Young e descrive il sistema di valori che premia l’eccellenza di un individuo
indipendentemente dalla sua provenienza, che in Italia significa la famiglia
d’origine”.
Dunque,
dobbiamo renderci conto che mentre le altre società moderne nel secolo scorso
sono riuscite ad evolvere da un’economia agricola a una industriale e
post-industriale, con lo Stato che sostituiva la famiglia come creatore di
opportunità, la società italiana è ancora preda, purtroppo del “familismo amorale”, che prospera grazie
all’assenza di uno Stato in grado di dare fiducia ai cittadini. Senza
meritocrazia non è nata quella classe dirigente eccellente che in altri Paesi è
stata capace di creare opportunità per tutti i cittadini. Ed è questo il punto
cruciale: la mancanza dei valori della meritocrazia è la causa del declino
della nostra economia e della spaventosa mancanza di equità della nostra
società, che ha un gap tra ricchi e poveri analogo agli USA, ma non ha la
mobilità sociale americana. Siamo la società sviluppata che il più rapido
declino economico e la maggiore ineguaglianza sociale.
E come potrebbe essere
altrimenti, con questa corruzione, con questa commistione tra politica ed
economia, presente quotidianamente nelle cronache, con questa tecnica del
favore all’amico, con questo scambio di voti per sistemare finalmente il
proprio figlio. Ormai in Italia per superare un qualsiasi concorso bisogna
telefonare all’amico potente, politico, imprenditore, sindacalista, e ogni
concorso diventa una farsa: 1000/2000 e più domande per 10 posti, già belli
assegnati, alla faccia dei poveracci, che magari si sono sobbarcati mesi/anni
di studio per prepararsi.
Il punto centrale del mio
articolo, vuole essere una proposta, riletta qualche giorno fa riorganizzando vecchi
appunti e lavori svolti negli anni dell’università, per far sorgere il merito
nella società italiana e in particolar modo nelle università italiane.
I problemi dell’università, lo
sappiamo tutti noi, sono tanti, ma i più importanti riguardano la “governance”
(le modalità con cui le università sono governate: i meccanismi attuali non
funzionano o non funzionano più) e il reclutamento dei professori. Ed è proprio
su questo punto che vorrei concentrare la mia attenzione. Il sistema dei
concorsi è stato cambiato tante volte nel corso dei decenni, ma non si è mai
arrivati a una soluzione realmente soddisfacente. Credo che sia sbagliato
ridurre la questione a un’alternativa fra elezione (dei membri delle
commissioni di concorso) e sorteggio. E, dato che la questione della riforma
dell’università è posta sempre all’ordine del giorno da almeno dieci anni, spero
che il Ministro Giannini prenda in seria considerazione un sistema suggerito, alcuni
anni fa, ma credo ancora attuale, da due personalità fra loro diversissime:
Gianfranco Miglio e Umberto Eco. L’idea è semplice. Si ponga fine ai bandi
preventivi di posti da parte delle università. Si dia, invece, vita,
periodicamente a commissioni nazionali (scelte per elezione, per sorteggio o
una combinazione dei due metodi) con il compito di attribuire “idoneità”, col
solo vincolo che gli idonei non possono mai superare una certa percentuale.
Dopo di che, le singole università che lo vorranno avranno la facoltà di
scegliere chi chiamare, pescandolo nella lista degli idonei. Se un idoneo di
particolare valore sarà ambito da più università, egli potrà scegliere dove
andare, anche eventualmente, contrattando la retribuzione. Gli idonei che non
vengono chiamati da nessuna università entro un certo periodo di tempo perdono
l’idoneità e devono rimettersi in fila. Penso poi che, se a questo nuovo metodo
di reclutamento si accompagnasse un sistema stringente di valutazione della
produttività scientifica, con premi e punizioni corrispondenti, ne deriverebbe
una forte responsabilizzazione delle università. Certo, non verrebbero
eliminati del tutto gli abusi (nessun sistema di reclutamento umanamente
concepibile può farlo), ma le probabilità di abuso si ridurrebbero
sensibilmente.
E
allora, liberamente schierati a favore o contro le diverse riforme avviate,
concluse, in auge, per migliorare l’università italiana, tutti noi dobbiamo
capire che essa, oggi come oggi, rischia lo sfascio e che i suoi veri problemi
sono la mancanza di equità e soprattutto di eccellenza, e non il suo costo.
In tutte le società avanzate il
sistema educativo è la leva essenziale della mobilità sociale. La società e
l’economia americane, qui è giusto sottolinearlo, hanno iniziato il vero
cammino verso le pari opportunità nel 1933 a Harward, quando il presidente di
quell’università, J. Conant, introdusse il SAT (Scholastic Aptitude Test) per
selezionare le ammissioni. Il SAT è tutt’oggi valido a livello nazionale e
consente di selezionare gli studenti da ammettere sulla base del loro merito e
non dei giudizi disomogenei degli insegnanti e di dare ai migliori delle borse
di studio, come nel caso di Barack Obama, attuale presidente USA. La scuola
italiana, invece, purtroppo, nonostante le infinite riforme attuate dai governi
che si sono succeduti, ha fallito nel compito di azzerare i privilegi della
nascita ed è profondamente iniqua: i test PISA degli studenti italiani del sud
sono a livello di Thailandia ed Uruguay, mentre quelli del nord sono nella
media OCSE. Perché, allora, non ci chiediamo come mai i giovani del sud sono
pesantemente discriminati dalla scarsa qualità dell’insegnamento, inadeguato al
difficile contesto economico locale, nonostante l’impegno di migliaia di
insegnanti? Qui, a mio modesto parere, siamo davanti ad un caso limite e
aggiungerei assurdo: le pari opportunità si sono fermate a Roma, ma nessuno sa
perché i voti dati dagli insegnanti sono buoni, a livello di quelli del nord.
Dunque è essenziale, per combattere ed eliminare tale processo, un sistema
obiettivo di valutazione, anche per capire come investire i miliardi di euro
che l’UE mette a disposizione per migliorare l’insegnamento per le scuole del
sud e che oggi, non si sa come mai, non si riescono a spendere.
Nelle università italiane, manca
dunque, in maniera clamorosa, mi verrebbe da dire, l’eccellenza: non c’è un
solo ateneo italiano tra i top 100 mondiali. Mancano, quindi, le “fabbriche di
eccellenza”. Le risorse sono oggi disperse a pioggia tra un centinaio di
“aspiranti Mit” troppo spesso diventati l’emblema del nepotismo; devono essere
invece concentrate sulle università migliori, nelle quali si possa misurare obiettivamente
la qualità della ricerca e della didattica e cambiare radicalmente la governance
per assicurarsi che il denaro pubblico sia ben speso.
Concludendo, bisogna ribaltare
tale sistema, per far diventare visibili finalmente coloro i quali lo meritano
veramente e, non fare andare avanti sempre i “soliti noti”. L’università,
perciò, accolga tutti gli studenti che sperano in un futuro dentro o fuori gli
atenei e faccia si che essi non rischino di trovarsi le porte sbarrate se non
hanno un cognome di peso.
…spezzare dunque il malcostume
che regna nella vita di ogni giorno, nell’università e più in generale nella
società italiana...